l'ho già scritto da qualche parte, ma a volte è impossibile non ripetersi: non si raccoglie quando non si è seminato. E' iniziato l'inverno: è giugno ed io vivo in un altro emisfero. Man mano gli abiti si fanno più sottili, le maniche più corte, ed io mi rendo conto della mia ineguatezza. Non è tristezza, depressione o si chiami come si vuole, melaconia, nostalgia, è più simile a quel senso di vuoto, a quel sentimento d'insensatezza che si costruisce in gola e scivola giù verso lo stomaco e su verso le lacrime.
Ho imparato da qualche anno a correre, anche se nulla mai cambia e non vengo percepito diverso da com'ero, e non mi percepisco diverso da com'ero. Ho solo perso due taglie, una taglia e mezza. Ma sembro più goffo di quanto non fossi, è sempre tutto troppo lungo, troppo largo, non trova equilibrio in se medesimo. E se la ragazzina che incroci scoppia a ridere, puoi fare finta che non sia a causa tua, ma nel profondo, in una zona che però non è così nascosta come credi, tu sai che rideva di te. Di nuovo: sono situazioni che si ripetono sempre identiche. Non c'è possibilità di uscire dal cerchio. Più le guardo più mi rendo conto di come non sia posiibile determinare un esito differnte. Sono loro ad aver ragione, sono loro che fanno bene a ridere.